Beirut senza tetto cerca psicologo e avvocato

Er Beirut era un sacco di tempo che non lo vedevo in giro.

Avevo chiesto di lui ai librai e a qualche fricchettone amico mio, senza ottenere risposte positive.

Ai fricchettoni, perché Er Beirut è un fricchettone, ai librai perché è un bibliomane accanito, e ha sempre comperato libri per tutti i banchi della città, preso com’era da quella strana mania di possedere lo scibile umano accumulando montagne di carta.

Mi ricordo bene che genere di libri accumulava: dovevano costare poco, meglio, molto meglio se erano nel reparto di quelli a prezzo fisso e stracciato, e parlare di argomento spirituale.

Qualsiasi religione andava bene, non c’era fondamentalismo nel Beirut, riusciva a metter assieme l’islamismo con padre pio e la gnosi, la new age e il cattolicesimo ortodosso.

Quando trovava sui banchi il filone giusto, quasi si inginocchiava e giù a tesser lodi dei librai benefattori dell’umanità che spandevano tutto quel ben di dio per quattro soldi.

Tu ti astenevi dal dirgli che era tutta roba usata di scarto, e che non l’avevi pagata un cazzo, e lo lasciavi lì a tirar fuori libri, preso nella mania dell’accumular libri e nell’illusione di un mondo dominato dal bene.

Alla fine della cernita di quel suo materiale improbabile mi regalava sempre un paio di canne: era il suo modo di ringraziare fuori dal rapporto economico di cliente di libri usati.

Ogni tanto gli chiedevo se avesse occasione di continuare la sua carriera cinematografica, che è breve fulminea e incisiva, dice “Ugolone? Il boia” in “Non ci resta che piangere” con Benigni e Troisi, grandissimo e inarrivabile cameo del sottosuolo urbano, ma diceva sempre che non c’aveva più dritte.

D’altronde Er Beirut non è che marchi proprio benissimo, deve il soprannome al giudizio popolare di similitudine tra cervello e città, e la città in questione è la Beirut del 1982 attaccata per mesi dall’esercito israeliano.

Vuole, poi, la leggenda popolare  che la similitudine sia ancorata a un evento: quello dell’incauto ingerimento d’intero foglio d’acidi, al fine di sottrarre il lisergico corpo del reato all’infame curiosità di un casuale controllo poliziesco.

Così, per un probabile, errato, giudizio d’impresentabilità, la carriera si interruppe: sia chiaro che tra i due, a perderci, è stato solo il cinema nostrano.

Era un sacco di tempo che non lo vedevo in giro, quand’ecco che mi si para davanti scendendo dall’autobus: identico a un tempo, un po’ ingrigito ma sempre fedele a quel suo tipico incedere medievale.

Mi racconta delle sue vicende: aveva lasciato la casa, che temeva sempre potesse crollare sotto il peso della carta, e aveva preso dimora in qualche baracca negli interstizi  delle pendici di Monte Mario.

Lì aveva trasferito piano piano, con pazienza, tutti i suoi accumuli cartacei, tanto da occupare un’altra baracca oltre la propria, facendola straripare.

Ma questo, evidentemente, ha costituito motivo di rottura con le leggi non scritte del sottosuolo, tanto da scatenare l’evento catastrofico che ad oggi angoscia ogni passo del Beirut.

Qualcuno, infatti, non gradiva che il tetto coprisse oggetti inanimati e non persone, e, con atto intimidatorio, ha pensato bene di cacciar via la persona, e di buttargli via tutti i libri.

Beirut senza tetto cerca psicologo e avvocato, me lo dice più volte insistendo durante la chiacchierata.

Senza giustizia e senza conforto spirituale, rotta per sempre l’illusione del bene.