Angiolo Bandinelli per Pagine Romane

La mia frequentazione di librai dell’usato cominciò molto presto. Ricordo bene la bancarella – un carrettino a due ruote – all’angolo tra Via Sebino e Via Taro, non lontano quindi da casa mia – dove mi soffermavo, perduto dietro quei titoli per lo più sconosciuti e spesso lontani. Ma fu su quella bancarella che scovai, e comprai, uno dei libri che più mi hanno formato, “Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870” di Luigi Salvatorelli. Ero uno studentello, avevo pochissimi soldi in tasca – i miei non erano certo facoltosi – l’acquisto di un libro era una festa e quella bancarella me ne offriva l’opportunità. Ma la bancarella che suscita in me più ricordi ed emozioni era quella istallata – fissa, mi pare – in uno slargo tra Via Venti Settembre e Via Piave, un’isola pedonale asfaltata ma arricchita da un paio di frondosi alberi. Era gestita da un ometto di una certa età, magro, vestito di abiti dimessi, con un eterno basco nero sulla testa. Passava le sue giornate seduto dietro la bancarella. Scriveva poesie che si pubblicava da solo. Io abitavo un po’ lontano, ma spesso mi mettevo gambe in spalla e traversavo un paio di quartieri per andare a frugare tra i libri, piuttosto polverosi, di quel gentile, amabile personaggio. Sempre da ragazzetto, frequentai anche una libreria dell’usato che era una vera bottega, un budello sottile, profondo e scuro, in una piazzetta dietro a Campo dei Fiori. In fondo al budello, perpetuamente inchiodata ad una sedia di paglia, una donna anziana, antica almeno quanto i suoi libri, ci sorvegliava mentre rovistavamo tra i volumi disposti in file serrate sugli scaffali, che arrivavano quasi al soffitto. Sui ripiani più alti erano ammonticchiati libri che non interessavano più nessuno e che nessuno voleva: manuali tecnici superati, raccolte di riviste dell’altro secolo, carte spaiate e indecifrabili. Ma lì, se la memoria non mi tradisce, acquistai un romanzo di Traven, l’autore misterioso di cui non si sapeva nulla. Forse ancora altro, perché la botteguccia rimase a lungo tra i miei preferiti percorsi libreschi.

Più grande, universitario con finalmente qualche soldo in tasca, mi potei permettere di gettare occhiate lascive sulle vetrine di librerie sempre dell’usato ma eleganti, persino raffinate, che già – diciamolo – meritavano di essere definite librerie antiquarie: a me però questa distinzione non interessava. La più bella era in un strada, dietro l’incrocio tra Via Po e Via Salaria. I proprietari, moglie e marito di distinta, civile condizione, mi salutavano sorridendo quando timidamente mi affacciavo nel locale, anche se sapevano bene che non avrei  potuto acquistare molto. Eppure, fu da loro che comperai quelli che sono forse i più bei libri che io abbia mai posseduto (li ho ancora, in piena vista): Un Omero greco con traduzione latina a fronte, completo anche degli Inni, stampato “Parisiis, Editore Ambrosio Firmin Didot, MDCCCLXII” con sul frontespizio il suo bel logo, un serpente che si morde la coda e, nel cerchio, la facciata dell’Institut de France; e le “Oeuvres” di Alfred De Musset, da “Charpentier, Editeur, 1877”. L’Omero ha il dorso in pergamena, il De Musset in pelle rossa e caratteri e fregi d’oro. Dio mi perdoni, ma allora coltivavo la segreta ambizione di farmi una magnifica biblioteca con libri anche antichi, di pregio. La biblioteca l’ho, e anche ricca, ma di libri soprattutto utili, non importa l’età o la legatura. E molto utile mi fu un volume di quelli che oggi non si fanno più: un “Parnaso Classico  Italiano”, contenente la Divina Commedia, il Canzoniere di Petrarca, L’Orlando Furioso , la Gerusalemme Liberata e l’Aminta con prefazione del Monti.  Stampato a  Firenze, dalla Libreria “All’Insegna di Pallade, MDCCCXXI”, “co’ torchi della Stamperia Gran-Ducale”. Comperato evidentemene in una libreria dell’usato, non ricordo quale. Lo utilizzai, ci sono sottolineature (a matita, naturalmente). L’elenco delle bancarelle o delle librerie dell’usato presso le quali mi sono soffermato nella la mia vita è impossibile, ma le rivedo tutte, o quasi, anche quelle che oggi sono scomparse. Il ricordo più amaro è quello della volta quando scorsi, su una bancarella (se la memoria non mi tradisce) all’angolo tra Via D’Azeglio e Via Principe Amedeo, l’edizione gobettiana deli “Ossi di Seppia”, 1925. Vedo benissimo quella copertina bianca con al centro il logo “Ti moi sun doulois?”. A quell’epoca stavo male psicologicamente, ero molto scoraggiato, avevo deciso di non occuparmi più di letteratura, di poesia. Non lo comperai, passai oltre, ho ancora quel rammarico.

 

Ho frequentato questi luoghi, per me di perdizione, non solo a Roma.  A Londra, presso una bancarella sul lungotamigi scovai un Benedetto Croce delle laterziane “opera omnia”, me lo portai via per una sterlina; valeva di più, ma a chi altro poteva interessare? Ovviamente, non mi sono fatto mancare i “bouquinistes” del lungosenna, una Mecca per gli amanti dei libri più “flaneurs” e perdigiorno (mia moglie mi seguiva pazientemente, sedendosi ogni tanto ad una panchina dell’interminabile  percorso). Su queste stupende bancarelle comperai un certo numero dei volumetti di un Victor Hugo in edizione ultrapopolare,  una serie di 300 fascicolini di circa cento pagine cm 16×10, stampati su povera carta da “Jules Rouff et Cie Editeurs, Paris”, a “ 25 centimes le volume”. Senza indicazione di data ma sicuramente fine ottocento.  Alcuni li ho poi cercati e trovati anche a Roma, ma ne posseggo una ottantina solamente. A Manhattan non mi sono perduta nessuna delle bellissime bancarelle attorno a Union Square, e ho frugato non inutilmente tra i banchi di offerte a basso prezzo davanti alle vetrine della straordinaria Strand Bookshop. Mi sono anche perso lungo le scaffalature dei cinque piani di questa libreria unica al mondo, con i “18 miles” di volumi alla rinfusa, il manuale per cucina o il saggio critico o il testo di filosofia indiana o l’ultimo romanzo americano.

Insomma, il mio vagabondare tra i libri dell’usato è stato lungo. Ma forse il libro che più amo, tra quanti ho tirato fuori dalla polvere e dall’oblio, è un romanzo del “dott.” Alfredo Panzini, “Il libro dei morti”, edito da “La Voce, Soc. An. Ed., Roma”, 1919. Lo scovai a Porta Portese (Pugaciof?). Era un po’ sgangherato, con le pagine che volavano via. Lo feci rilegare in bella carta grigio topo dal più bravo dei legatori di Roma, Scura, a Via degli Scipioni. Avevo compiuto, senz’altro, un’opera buona. Naturalmente, l’ho ancora con me.